Il primo suono è quello dei passi sul sentiero umido. Poi il silenzio.
È in quel silenzio che My Son ti aspetta.
Noi siamo partiti da Hoi An che era ancora buio, con un autista privato.
Il santuario è a circa 40 km a ovest, in una valle circondata da montagne. Se parti per le 5, sarai sul posto verso le 6, proprio quando il sito apre i cancelli, e il caldo e i gruppi sono ancora lontani. Credimi, questa levataccia vale ogni minuto di sonno perso.
Quando entri, la giungla non ha ancora deciso di svegliarsi.
Una nebbiolina sale dal terreno e avvolge le cime degli alberi, la rugiada bagna foglie e pietre, e l'aria sa di terra fresca. Dal fitto verde emergono torri e mura di mattoni rossi: alcune in piedi, altre spezzate, altre ancora inghiottite dalla vegetazione.
Non c'è niente di perfetto, ed è proprio questo a creare meraviglia.
Se ami fotografare, qui ti verrà voglia di farlo con lentezza.
Io ho sollevato la macchina fotografica con una specie di reverenza, come se scattare fosse un modo di chiedere permesso. Ho visto la nebbia aprirsi e la luce cambiare colore ai mattoni.
Non rubare la scena, custodiscila.
Mentre cammini, pensa a quanto tempo hanno attraversato questi muri.
Furono i Champa a costruire qui templi hindu a partire dal IV secolo, e My Son divenne il cuore religioso del loro regno. Dal 1999 il sito è patrimonio UNESCO.
Molte torri portano ancora i segni della guerra, e ciò che resta è un racconto a frammenti, da leggere con lentezza.
Per percorrerlo con calma ti bastano circa due ore, che nella luce del mattino passano senza accorgersene. Porta con te scarpe comode, crema solare, repellente per le zanzare (perché sei in piena giungla) e una borraccia piena.
Se puoi scegliere quando andare, il momento migliore va da febbraio a inizio maggio, quando il cielo è limpido e c'è meno gente. E se possibile evita la stagione delle piogge, da settembre a gennaio.
Sulla via del ritorno, il nostro autista ci ha portati in una casa dove si preparano i fogli di riso. Una signora cucinava davanti a noi quelle sottili crepe, e poi ce le ha fatte assaggiare. Ci ha anche lasciato provare a stendere la pastella da soli, con un gesto che a lei veniva naturale e a noi molto meno. Dopo l'incanto delle rovine, è stato un modo semplice e vero di entrare nella vita quotidiana del posto.
My Son è il tassello che dà profondità a un soggiorno a Hoi An: un salto indietro di secoli prima di tornare ai sapori e ai ritmi della città.
Come dico sempre, un viaggio indimenticabile si decide dai piccoli dettagli: l'ora in cui parti, la strada che scegli, la casa dove ti fermi.
Se vuoi un Vietnam costruito così, raccontami cosa sogni e partiamo da lì.